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Commenti Fuori dal Coro: Politica migratoria ed Est
europeo
La versione consolidata del
Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea prevede agli articoli 79 e 80 lo
sviluppo da parte degli Stati membri di una politica comune in materia di
gestione dell'immigrazione legale e di contrasto di quella clandestina;
l'attuazione di queste politiche - si precisa - deve essere governata da
un'equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano
finanziario. La politica migratoria europea non è ispirata né da un
accoglimento indiscriminato né da un respingimento generalizzato, ma deve essere caratterizzata quindi da un approccio
equilibrato, lungimirante e globale. L'atteggiamento dei Paesi dell'Est europeo
in occasione dell'attuale pressione migratoria contrasta decisamente con la
linea sancita dal Trattato. Questi Stati hanno adottato autonomamente misure 'protezionistiche', anche a danno di
altri Paesi, animate esclusivamente da egoismi 'difensivi' nazionali: sembra
che la cultura della reciproca e coordinata solidarietà europea non appartenga
al loro patrimonio. Nel respingere le misure che tardivamente sono state
proposte nelle sedi istituzionali comunitarie - in particolare la ripartizione
in quote dei migranti - i Paesi dell'Est hanno voluto evidenziare che l'immigrazione non è una questione comune, ma è un problema
dei singoli Stati. Al contrario l'arrivo di migranti dal Mediterraneo e dai
Balcani non riguarda solo il Paese di
arrivo ma tutta l’Europa,anche perché la
maggior parte di essi vuole trasferirsi dove c’è lavoro, ovvero nel Nord
Europa. Maliziosamente si potrebbe supporre che per Paesi come la Polonia,
l'Ungheria, la Romania, la richiesta di adesione all'Unione Europea sia stata
motivata dalla possibilità di attingere a fondi strutturali e di percepire
altre forme di finanziamento, ma quando è necessario condividere oneri e
difficoltà con altri Paesi - come con l'Italia e la Grecia nell'emergenza
profughi -, ognuno deve badare a sé
stesso e deve essere lasciato solo di fronte a contingenze che, pur essendo
comuni, lo riguardano direttamente o solo in prima battuta. Anziché cercare
soluzioni condivise vengono prese da questi Paesi opinabili e arbitrarie misure
nazionali prive di spirito di cooperazione, che vanno dai muri alzati alle
frontiere dall'Ungheria, alla 'marchiatura' con numero identificativo, di antica
triste memoria, operata sugli avambracci dei profughi dalla polizia ceca. Per non parlare
della breve guerra commerciale, scoppiata
sullo scenario della crisi dei rifugiati, tra la Croazia, membro dell'Unione
Europea, e la Serbia, che ha presentato domanda di adesione nel 2009, e che
si è concretizzata in un blocco delle frontiere tra i due Paesi durato
qualche giorno. Nel rimpiangere lo spirito di coesione dell'Unione Europea a 15
Stati (fino al 2004) a fronte delle discordie fra gli attuali 28 membri, viene
da chiedersi se la politica comunitaria di allargamento sia stata frettolosa e
inopportuna, avendo accolto Paesi che non sono animati da spirito europeo. Roberto
Rapaccini
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